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Rapporto CREA commercio estero prodotti agroalimentari: export da record, ma non bisogna abbassare la guardia

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Rapporto CREA commercio estero prodotti agroalimentari: export da record, ma non bisogna abbassare la guardia

Il Rapporto CREA sul commercio con l’estero dei prodotti agroalimentari 2025 conferma la forza dell’agroalimentare italiano suimercati internazionali: nel 2025 le esportazioni hanno superato i 72 miliardi di euro (+5,6%), mentre le importazioni hanno raggiunto72,45 miliardi (+10,1%). L’agroalimentare rappresenta ormai l’11,2% dell’export complessivo italiano.

Il 59,5% dell’export agroalimentare è destinato all’Unione europea, mentre quasi il 70% delle importazioni proviene dall’UE.Particolarmente significativo è il dato del Made in Italy: i prodotti riconosciuti all’estero come tipici del nostro Paese hanno raggiunto 52,2miliardi di euro, pari al 72,5% dell’export agroalimentare complessivo.

Anche il comparto delle carni fresche e congelate mostra una dinamica positiva, con una crescita dell’export del 16,5% nel 2025; già nel2024 il CREA aveva evidenziato una crescita significativa, sia in valore sia in quantità, delle carni preparate.

Sono numeri importanti, che confermano la competitività delle nostre filiere. Ma non devono farci pensare che sia tutto risolto.

Conoscere e valorizzare ciò che abbiamo

Interessante sottolineare che, all’inizio  dell’incontro al quale ha preso parte anche la UNICEB, il Presidente CREA ed il Direttore di “American Chamber of Commerce in Italy” abbiano auspicato la realizzazione di un analogo momento di confronto negli Stati Uniti. Unulteriore confronto diretto oltreoceano infatti,  potrebbe essere ancora più efficace per spiegare il sistema agroalimentare italiano, le suepeculiarità e le difficoltà concrete che le nostre imprese incontrano sui mercati internazionali.

Sarà naturalmente difficile trovare negli Stati Uniti una sede altrettanto prestigiosa di Palazzo Mattei di Giove, che ha ospitato lapresentazione e che è sede del Centro Studi Americani  (https://centrostudiamericani.org/)

Particolarmente significativo è stato anche il messaggio del Sottosegretario MASAF Senatore  La Pietra, che ha ringraziato il CREAsottolineando un concetto semplice ma fondamentale: buoni dati aiutano a prendere buone decisioni. Il Rapporto deve quindi essere non soltanto una fotografia dell’esistente, ma uno strumento per orientare le scelte delle Istituzioni e accompagnare le imprese nellacompetizione internazionale.

Come ha ben spiegato nella sua presentazione  la Dott.ssa De Maria del CREA, e, come è stato ripreso nella tavola rotonda:  gli accordicommerciali non risolvono tutti i problemi del commercio estero, ma li rendono più prevedibili; la prevedibilità è una condizione essenziale per consentire alle imprese di programmare investimenti e strategie.

Il settore delle carni: buoni segnali, ma molte fragilità

Il contributo al dibattito degli operatori commerciali e dei loro rappresentanti è stato particolarmente importante perché ha riportato ladiscussione dalla dimensione dei grandi numeri alla realtà quotidiana delle imprese.

Dalla discussione è emersa una considerazione: non va tutto bene, nonostante i numeri incoraggianti.

  • Le imprese italiane sono infatti ancora troppo spesso piccole, sono relativamente poche (circa 136.000) e poco strutturate per l’export;circa l’85% delle imprese esportatrici risulta concentrato su un solo Paese/prodotto di destinazione (con una conseguente forteesposizione ai cambiamenti dei singoli mercati e scarsa innovazione).
  • Oltre il 50% delle esportazioni è concentrato in soli 4 paesi (Germania, Stati Uniti, Francia e Regno Unito); si fa troppo poco per sostenere i ricchi mercati orientali e per accompagnare l’interessante crescita dell’Est Europa.
  • C’è poi un problema di valorizzazione del prodotto. Non è sufficiente esportare la tradizione, la qualità  ed il “saper fare”: occorretrasformarli in brand riconoscibili e in valore commerciale (come ha sottolineato il Professor  Maffè dell’ Università Bocconi); èsignificativo in questo senso osservare la crescita di prodotti come Parmigiano Reggiano e Grana Padano confontadola con il forte calo dell’olio extravergine di oliva, il cui export è diminuito del 17,2% in valore nonostante l’aumento del 18,2% dei volumi.
  • Il contributo pubblico, in particolare dell’ICE,  è molto significativo ed è cresciuto molto, ma in altri Paesi (anche UE, es: Francia)esistono dei veri e propri Fondi Sovrani a sostenere l’export.
In questo quadro, come sottolineato dal Dott Rosati DG di Qualivita assume particolare importanza il sistema delle DOP e IGP, cherappresenta uno dei più importanti patrimoni competitivi costruiti dall’Europa. Non sono semplicemente certificazioni: sono marchi europei di origine, qualità e riconoscibilità che possono aiutare le imprese a distinguere il prodotto e a trasferire sul consumatore il valore dellanostra filiera.  Anche per il comparto delle carni e dei prodotti a base di carne questo patrimonio deve essere maggiormente valorizzato;proprio il mercato statunitense dimostra infatti come alcuni prodotti DOP possano raggiungere una presenza molto significativa.

Le barriere: sempre un problema, anche quando le introduciamo noi
Un altro tema emerso con forza riguarda le barriere non tariffarie.È importante riconoscere che le barriere sono negative indipendentemente da chi le introduce: lo sono quando un Paese terzo limital’accesso ai nostri prodotti, ma possono esserlo anche quando è l’Europa a introdurre requisiti che rendono più difficile e costoso l’accesso alnostro mercato (esempio EUDR).

I prodotti italiani sono sicuramnte i migliori, con gli standard sanitari e qualitativi più elevati e rigorosi ma questo non basta: bisognasaperlo comunicare, renderlo comprensibile e saper organizzare distribuzione vendita intorno a marchi e sistemi che il consumatoreinternazionale sappia apprezzare.

Le barriere non tariffarie devono quindi essere conosciute e affrontate con competenze specifiche: cambiano da mercato a mercato epossono presentare differenze persino all’interno dello stesso Paese, come dimostra proprio il caso degli Stati Uniti.

Per superarle servono innovazione, organizzazione e competenze, ma anche il fondamentale contributo delle Istituzioni e della politica.

Gli Stati Uniti: un mercato da non perdere

Gli Stati Uniti rimangono un mercato strategico, ma non stanno crescendo come dovrebbero. Nel 2025 l’export agroalimentare italiano verso gli USA è sceso del 4,2%, a 7,55 miliardi di euro mentre nel 2024 cresceva a doppia cifra rispetto all’anno precedente.

La situazione merita attenzione anche alla luce delle politiche tariffarie: il 15% di dazio, pur essendo inferiore rispetto alle ipotesiinizialmente prospettate, rimane comunque un livello significativo per molti prodotti e può incidere pesantemente sui margini delle imprese.

Il mercato americano va quindi difeso e sviluppato, non dato per acquisito.

Fare sistema

Il Rapporto CREA ci consegna in definitiva una fotografia positiva, ma che deve essere letta con realismo: l’agroalimentare italiano è uno degli asset più importanti del Paese,  è forte, competitivo e capace di esportare oltre 72 miliardi di euro, ma presenta ancora fragilità chenon si devono ignorare.

Per il settore delle carni questo significa lavorare sulla crescita delle imprese, sulla diversificazione dei mercati, sulla valorizzazione dei prodotti e dei brand DOP e IGP, sulla conoscenza delle barriere non tariffarie, sull’innovazione e sulla capacità di rappresentareefficacemente all’estero il valore delle nostre filiere.

Sarà sempre più importante che le nostre imprese sappiano fare sistema, condividendo informazioni, competenze ed esperienze erafforzando, anche attraverso la rappresentanza associativa, la capacità del settore di dialogare con le Istituzioni e di affrontare i mercatiinternazionali e creare valore.